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In campo nessuno escluso


All’interno del progetto LA MIA STRADA, finanziato dall’Autorità Garante per l’Infanzia e l’Adolescenza, il Laboratorio sportivo di inclusione e continuità sta iniziando a raccontare le sue prime storie di cambiamento. Alfredo Cirillo, esperto della Fondazione Eos, sceglie la pallavolo come terreno di incontro, un gioco semplice e accessibile che diventa occasione di relazione, scoperta e partecipazione.

In palestra, lo sport si trasforma in un linguaggio condiviso: non conta solo imparare un gesto tecnico, ma imparare a stare insieme. Grazie a regolamenti adattati e modalità di gioco inclusive, ogni ragazza e ogni ragazzo trova il proprio spazio, mettendosi in gioco secondo le proprie possibilità. Le differenze non dividono, ma diventano un punto di forza che sostiene il gruppo e ne ra􀆯orza l’equilibrio.

Il laboratorio va così oltre l’attività sportiva e apre a una visione più ampia di benessere, inteso come intreccio tra corpo, mente e relazioni. È uno spazio in cui si coltivano valori come uguaglianza, solidarietà ed empatia e in cui anche la competizione cambia significato: non più sfida individuale, ma esperienza condivisa fondata sul rispetto, sull’equità e sulla crescita reciproca.

Abbiamo chiesto ad Alfredo Cirillo cosa sta emergendo da questa attività.

Cosa sta smuovendo nelle ragazze e nei ragazzi questo laboratorio?
«Sta accadendo qualcosa di davvero stupefacente. Nell’incontro tra i ragazzi con disabilità – che già da tempo si allenano in una squadra di pallavolo con regolamento adattato alle abilità – e i nuovi alunni della scuola che partecipano al laboratorio di inclusione, sono proprio i primi a svolgere spontaneamente un ruolo di facilitatori per gli altri.

Questo ribaltamento dei ruoli è molto significativo: chi spesso viene percepito come più fragile diventa una guida, un punto di riferimento, mostrando competenze relazionali e capacità di accoglienza fondamentali per il lavoro di squadra.

Ma non è solo una questione sportiva. Tra i ragazzi stanno nascendo legami autentici: ci si guarda, ci si cerca, ci si accorge se qualcuno non c’è. Questa attenzione reciproca è importantissima affinché nessuno si senta dimenticato o lasciato indietro.

Per lavorare bene in squadra, funzionano soprattutto gli abbinamenti tra ragazzi con capacità diverse. È proprio questa eterogeneità a favorire l’equilibrio del gruppo e a far sì che tutto funzioni meglio. Lo sport diventa così uno spazio concreto di inclusione, in cui ciascuno trova il proprio posto e contribuisce al benessere collettivo».