Che giornata meravigliosa!
I Giochi d’inclusione scuola – territorio di Pallavolo e Atletica leggera del 26 maggio 2026 sono stati uno spazio autentico di incontro, crescita e partecipazione per ragazze e ragazzi della scuola e dei territori limitrofi di Miano e Marano, in cui si è vissuta direttamente sul campo la bellezza della diversità attraverso i canoni del confronto sportivo.
L’attività è stata realizzata grazie al progetto «La Mia Strada», finanziato dall’Autorità Garante per l’Infanzia e l’Adolescenza.
Ne parla Alfredo Cirillo, responsabile del progetto della sezione sportiva dei GIOCHI D’INCLUSIONE SCUOLA TERRITORIO DI PALLAVOLO E ATLETICA LEGGERA .
“Posso dire che questo progetto si è strutturato attraverso la condivisione di spazi di azione a più livelli.
Il primo livello è stato l’azione di ponte svolta da Fondazione Eos ETS per consentire la collaborazione tra l’Istituto Comprensivo Moscati – D’Acquisto del quartiere di Miano e il Centro di riabilitazione Serena del Comune di Marano di Napoli, quindi tra una struttura del sistema dell’educazione e dell’istruzione e una struttura sanitaria del ramo riabilitativo, deputata alla cura della persona attraverso interventi di rieducazione e terapia.
Metaforicamente, è come se due oasi al centro di territori difficili avessero cercato di unire le proprie fonti di sapere per sostenersi reciprocamente nella complessità del processo di inclusione, sia dei ragazzi con disabilità sia di quelli con fragilità sociale, e tutto ciò grazie alla sensibilità del dirigente scolastico Carmine Riccio e della direttrice del Centro riabilitativo Anna Ferrigno.

Il secondo livello è stato rappresentato dallo spazio di cooperazione, costruito attraverso i background condivisi tra la figura del docente, rappresentata dalle professoresse Gallarato e Grieco, e la figura del riabilitatore, categoria alla quale appartengo.
Il terzo livello è stato quello della complessità del gruppo che, pur caratterizzato da criticità comportamentali e da una grande ricchezza nell’eterogeneità, rappresentata dai ragazzi con disabilità del territorio e della scuola, dai ragazzi in condizione di BES, con fragilità sociale e dalle alterità normotipiche, è riuscito comunque a interagire negli spazi d’azione dell’atletica e della pallavolo. Nonostante le difficoltà tecniche, ha prevalso uno spirito di cooperazione, empatia, appartenenza, solidarietà e ludicità.

In questa ottica è stato adottato un modello di sport inclusivo (DEMOS = uguaglianza di tutti i cittadini nella partecipazione) fondato su criteri di equanimità, equità ed eticità, intesa come costruzione condivisa delle azioni di gioco e inclusione anche dei ragazzi con disabilità ad elevato bisogno assistenziale.
Tale modello ha permesso a tutte le componenti, sia scolastiche sia territoriali, comprese le persone con disabilità provenienti dal centro di riabilitazione, di interagire attraverso direttrici motivazionali e ludiche, sviluppando empatia, co-individualità, uno “spazio d’azione noi-centrico”, riconoscimento e rispetto dell’alterità.
Questo percorso si è realizzato sia attraverso la disciplina di squadra della pallavolo, sia mediante le specialità dell’atletica leggera, come la velocità e il lancio del vortex, tradizionalmente individuali ma riadattate in un’ottica inclusiva.
Altra importantissima qualità del modello DEMOS è stata la possibilità di adattare lo spazio e l’ambiente alle capacità prestazionali raggiunte dai gruppi squadra dei ragazzi.

Sul modello aggiungerei che l’etimologia stessa della parola “demos” richiama il significato di “tutta la popolazione”: demos, in greco, indica infatti tutti i cittadini che, indipendentemente dalla propria condizione di funzionamento adattivo, hanno il diritto all’uguaglianza nella partecipazione alle possibilità di vita sociale di uno Stato democratico.
Lo sport inclusivo può rappresentare, in questo senso, come dimostrato dall’esperienza vissuta, una delle manifestazioni più elevate di tale principio.
Di questa esperienza conserverò nel profondo del mio cuore, in particolare, il momento in cui due ragazzi, uno con fragilità sociale e l’altro con disabilità, hanno palleggiato senza interruzioni, quasi che la fragilità dell’uno venisse compensata dalla potenzialità dell’altro.
Un altro momento che conserverò dentro di me è stato quando questa esperienza ha reso evidente il senso dell’appartenersi reciproco, dell’introiettare l’alterità nel proprio essere, fino a vivere l’altro come parte di sé, tanto da avvertirne l’assenza e chiederne spontaneamente il motivo.

Sento che probabilmente abbiamo impiantato, attraverso quest’esperienza, un piccolo seme, sicuramente da maturare ulteriormente, ma importante per iniziare lo sviluppo di una cultura dello sport d’inclusione e sogno che questo seme, se adeguatamente curato, possa divenire in un futuro prossimo i Giochi della Gioventù d’Inclusione e, in una prospettiva di lungo periodo, con la collaborazione di enti e istituzioni, i Giochi Olimpici d’Inclusione, ovvero i Giochi Demolimpici d’Inclusione, con i conseguenti vantaggi sociali, culturali ed economici che tale realizzazione comporterebbe.”



